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Quando la realtà è complessa, servono più sguardi

05-02-2026 09:38

ADELE MAPELLI

Diversity Equity Inclusion, Leadership,

Quando la realtà è complessa, servono più sguardi

Negli ultimi anni la Diversity, Equity & Inclusion è entrata stabilmente nel linguaggio delle organizzazioni ma con alcune fatiche.

Negli ultimi anni la Diversity, Equity & Inclusion è entrata stabilmente nel linguaggio delle organizzazioni. Se ne parla molto, spesso con convinzione sincera, ma anche con una certa fatica: la sensazione diffusa è che siano temi importanti, giusti, necessari… e allo stesso tempo difficili da tradurre nella pratica quotidiana, nelle decisioni vere, in quelle che contano davvero.
Il punto, forse, è che continuiamo a trattare la DEI come un tema separato, quasi un ambito specialistico, quando in realtà ha a che fare con qualcosa di molto più profondo: il modo in cui leggiamo e affrontiamo la complessità.
Come sottolinea Alessandro Cravera in Allenarsi alla complessità. Schemi cognitivi per decidere e agire in un mondo non ordinato, le organizzazioni di oggi operano in contesti in cui le relazioni causa-effetto non sono chiare, i confini sono sfumati e le decisioni producono conseguenze che non si lasciano prevedere fino in fondo. In questi sistemi, il problema non è tanto la mancanza di regole o di strumenti, quanto la tendenza a usare schemi mentali troppo semplici per interpretare una realtà che semplice non è.
Allenarsi alla complessità significa prima di tutto accettare che non esiste un’unica lettura corretta della realtà. Ogni situazione può essere osservata da più angolazioni, ognuna parziale, ognuna portatrice di senso. Quando questo dato di fatto viene ignorato, il rischio è quello del pensiero unico: decisioni prese sempre dalle stesse prospettive, con le stesse logiche, dagli stessi punti di vista.

 

Le differenze come informazione, non come problema
In questo senso, la presenza di differenze non è un problema da gestire, ma un dato strutturale del sistema. Le persone portano con sé storie, esperienze, riferimenti culturali e cognitivi diversi, e questa pluralità non è un ostacolo all’efficacia organizzativa: è una condizione necessaria per comprendere una realtà complessa senza ridurla o semplificarla eccessivamente.
Ma riconoscere le differenze non basta. La vera sfida sta nel creare contesti in cui queste differenze possano essere espresse, ascoltate e tenute insieme, anche quando generano attrito. In ambienti complessi, il disaccordo non è un segnale di malfunzionamento, ma una forma di informazione. Richiede tempo, capacità di ascolto e una certa tolleranza all’ambiguità, perché non tutto può essere risolto subito o ricondotto a una sintesi rassicurante.

 

Dalle regole agli effetti reali
C’è poi un altro aspetto spesso trascurato: l’idea che trattare tutti allo stesso modo non produca necessariamente esiti giusti. Nei sistemi complessi, azioni identiche possono avere effetti molto diversi a seconda delle condizioni di partenza. Ignorare questo significa confondere l’intenzione con il risultato e continuare a credere che la neutralità sia possibile, quando in realtà ogni decisione agisce dentro un contesto già diseguale.
Allenarsi alla complessità, come suggerisce Cravera, implica spostare lo sguardo dagli standard agli effetti reali delle azioni, accettando che le soluzioni debbano essere adattive, situate e continuamente riviste. Non perché manchi un principio guida, ma perché la realtà cambia e risponde in modi che non possono essere completamente anticipati.


Quali impatti sulla leadership?
Tutto questo ha un impatto diretto sulla leadership. Guidare in contesti complessi non significa avere sempre la risposta giusta, ma saper creare le condizioni perché emergano letture diverse della realtà. Significa riconoscere i propri limiti, i propri bias, e rinunciare all’illusione del controllo totale. È una leadership che governa le tensioni invece di eliminarle, che usa il confronto come risorsa e non come minaccia.
Il rischio, quando manca questo allenamento, è che la DE&I venga ridotta a una serie di pratiche formali: policy, checklist, iniziative isolate che non incidono davvero sul modo in cui si decide e si agisce. In questi casi, la DE&I perde la sua forza trasformativa e diventa un esercizio di conformità, invece che una leva per abitare la complessità in modo più consapevole.

 

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