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Quando il confronto diventa resistenza

03-07-2026 20:50

ADELE MAPELLI

Diversity Equity Inclusion, Empowerment femminile,

Quando il confronto diventa resistenza

Nelle aule in cui entro come formatrice sui temi della parità di genere e dell’inclusione emerge spesso un atteggiamento di resistenza.

Negli ultimi mesi sto osservando un fenomeno che mi sta facendo riflettere.

Nelle aule in cui entro come formatrice sui temi della parità di genere e dell’inclusione, in contesti aziendali molto diversi tra loro (per settore, dimensione e cultura organizzativa) emerge spesso un atteggiamento di resistenza. che si esprime anche con parole, atteggiamenti e toni molto duri.

Non mi riferisco al dissenso. Il dissenso è parte essenziale di qualsiasi processo formativo e, più in generale, di qualsiasi scambio autentico: è ciò che apre il confronto, porta a chiarire i propri pensieri, a metterli alla prova, a rivedere convinzioni che spesso diamo per scontate.

Questo vale per chi partecipa alla formazione, ma anche per chi, come me, lavora su questi temi da oltre venticinque anni. Il dissenso, quando è espresso e accolto con ascolto reciproco, è una risorsa.

Quello a cui mi riferisco è qualcosa di diverso.

È la difficoltà, sempre più frequente, di ascoltare prima di prendere posizione;  è la tendenza a interpretare i temi legati alla parità di genere e all’inclusione come una minaccia anziché come un’occasione di riflessione; è il bisogno di contrapporsi ancora prima di entrare nel merito della discussione.

 

Un fenomeno che dice qualcosa del nostro tempo

Credo che questo fenomeno meriti attenzione, perché non riguarda solo la formazione o i temi specifici che tratto. Racconta qualcosa del tempo che stiamo vivendo: un tempo in cui è diventato estremamente facile trasformare questioni complesse in contrapposizioni nette, perdendo la possibilità di esplorarne le sfumature. Un tempo in cui il confronto rischia di diventare scontro e in cui l’ascolto viene spesso sostituito dalla reazione.

Non è un fenomeno che riguarda un’unica categoria di persone, né un unico contesto. È trasversale e attraversa ruoli, età, livelli organizzativi e settori diversi.

Dentro questo scenario, continuo a credere profondamente nel valore della formazione: non come strumento per convincere le persone a pensarla in un certo modo, ma come spazio in cui sia possibile fermarsi, ascoltare, fare domande, mettere in discussione stereotipi e prospettive consolidate.

La formazione, quando funziona davvero, non offre risposte preconfezionate ma crea le condizioni perché emergano domande nuove. Domande che, a volte, restano aperte anche dopo la fine dell’aula.

 

La fatica e il senso

Non nego che sia faticoso. A volte molto. Lavorare in contesti in cui il confronto si irrigidisce rapidamente richiede energia, attenzione e una costante capacità di tenere aperto lo spazio del dialogo, anche quando non è semplice.

Eppure, quando ne parlo con colleghe e colleghi, torna spesso la stessa consapevolezza: il motivo per cui continuiamo a farlo non è legato all’idea di “convincere” qualcuno.

È piuttosto la convinzione che imparare a confrontarsi senza trasformare ogni differenza in uno scontro sia una competenza sempre più necessaria. Non solo nelle organizzazioni, ma nella società più ampia.

E forse è proprio questo il punto: non si tratta solo di parlare di parità o inclusione, ma di come stiamo imparando, o disimparando, a stare nel confronto.

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